DIGITAL ERGO SUM: VADEMECUM PER I MUSEI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

di Stefania Zardini Lacedelli

Come risposta all’emergenza che sta coinvolgendo in modo globale tutti gli stati del mondo, il web e i canali digitali stanno assumendo un’importanza fondamentale, diventando l’unico mezzo attraverso cui poter rimanere in contatto con i nostri cari, mantenere spazi di socialità, continuare ad apprendere e fare cultura. Le istituzioni culturali possono imparare tantissimo da questa situazione di difficoltà, ma è importante darsi il tempo di sviluppare una riflessione sulla natura di questi spazi, che da 20 anni ormai hanno completamente rivoluzionato la nostra società. Da 10 anni studio, osservo e sperimento questo orizzonte in continua trasformazione, e nella mia ricerca cerco di capire cosa i musei possono imparare dalle piattaforme digitali e quali trasformazioni sono necessarie per continuare a rimanere significativi e connessi con il tessuto sociale. Per iniziare a dare una risposta, nel 2016 ho fondato, insieme a Giacomo Pompanin, il museo virtuale DOLOM.IT, che risponde alle caratteristiche di un nuovo modello museale che definisco ‘museo-piattaforma’: un museo che, prendendo spunto dal funzionamento delle piattaforme digitali, rivoluziona l’idea di creare contenuti per il pubblico, permettendo a tutti di diventare curatori e creatori di patrimonio.

Da questa esperienza nasce questo vademecum pensato per i musei e gli enti culturali che si trovano, come risposta alle misure Covid-19, a trasferire il loro operato negli spazi digitali. Vuole essere soprattutto uno stimolo per fare di questa emergenza un’occasione per innovare le proprie pratiche e per intraprendere una nuova fase evolutiva.

Lo affronteremo attraverso quattro punti:

  1. Non basta trasferire le proprie pratiche sul web. Bisogna ripensarle e ripensarsi
  2. Nel Web, avviare processi è più importante che sviluppare prodotti
  3. Il digitale è un patrimonio fragile
  4. A.A.A. Nuovi curatori digitali cercasi

 

Trasferire i modi di fare cultura ‘analogici’ ai canali digitali non è sufficiente per abbracciare i cambiamenti sociali che questi strumenti hanno portato con sé. È necessario, prima di tutto, riflettere sull’impatto delle piattaforme nella nostra società e sul modo in cui la cultura viene concepita e vissuta. I canali dove oggi ci troviamo a trasferire il nostro racconto, non sono spazi neutri: sono spazi dove chiunque può diventare autore di contenuti. Non cambiano solo i luoghi, quindi, ma cambiano anche i modi di fare cultura: se prima era sufficiente proporre un racconto, oggi è possibile anche includere in questo racconto il contributo degli utenti. Questo ci porta a modificare anche la nostra idea di pubblico – da utente passivo a contributore attivo – e di prodotti culturali: alle mostre, conferenze, eventi – che siano, o no, in streaming – si affiancano processi partecipativi che invitano le persone a contribuire alla creazione dei contenuti attraverso la rete. Campagne e contest online non sono, quindi, solo operazioni di marketing per estendere la conoscenza del museo, ma canali attraverso cui creare nuovi patrimoni e comunità.

 Se il Web è uno spazio partecipativo, occorre ripensare interamente il modo in cui si concepisce la propria offerta. I musei – e gli enti culturali in generale – sono nati e continuano a operare prevalentemente utilizzando un approccio ‘broadcasting’: sviluppando prodotti destinati alla fruizione del pubblico. Ma viviamo in un mondo di piattaforme che ci offrono, prima di tutto, occasioni di dialogo, interazione, condivisione. Questa libertà di opinione, che permette a tutti di contribuire ad arricchire un argomento con la propria prospettiva, lancia una grande sfida agli enti culturali, che sono sempre stati abituati ad esercitare il controllo sui propri contenuti. Dal web possiamo imparare una lezione importante: che rinunciare a una quota di controllo sull’informazione, non pregiudica necessariamente la qualità dei contenuti. Anzi. Ci può aprire intere nuove prospettive attraverso cui guardare al patrimonio. Possiamo scoprire nuovi modi per raccontarlo, insieme a nuove storie e nuovi narratori che possono aiutarci a farlo crescere. Con Museo DOLOM.IT, centinaia di studenti e abitanti del territorio dolomitico sono diventati curatori di mostre virtuali, tour multimediali, videostorie, paesaggi sonori che contribuiscono non solo a conoscere il patrimonio dei musei e quello diffuso sul territorio, ma anche a reinterpretarlo con i linguaggi della contemporaneità. È il processo stesso di creazione di queste narrazioni a diventare patrimonio.

Oggi abbiamo l’illusione di poter conservare tutto: le nostre memorie digitali sono un flusso continuo di immagini, parole, suoni. Che può svanire in un click. Perché tenere tutto, nel web, equivale a non conservare niente. Per trasformare queste memorie in ricordi, bisogna averne cura, selezionare i contenuti che vogliamo preservare e inserirli in una narrazione. Lo possiamo fare con i nostri ricordi personali – un messaggio o una foto a cui teniamo – e lo deve fare il museo con le memorie digitali della nostra epoca. Pensate alle migliaia di performance sui balconi delle case italiane realizzati durante il flashmob sonoro dello scorso weekend: frammenti di memoria che rischiano di perdersi nella rete, se non vengono raccolti e trasferiti su una piattaforma unitaria.  Oggi il museo deve iniziare a usare il web non solo come spazio per comunicare, ma anche come un archivio spontaneo di patrimoni digitali che è suo compito ricercare, curare e preservare: patrimoni che possono avere lo stesso valore di un oggetto custodito in una teca. Ed essere ancora più fragili.

Se collezionare memorie digitali diventa una pratica quotidiana, il museo ha bisogno di nuovi curatori digitali. Per trasferire questi patrimoni alle generazioni future, bisogna conoscere le loro specifiche caratteristiche e saper scegliere le piattaforme più adatte dove trasferirli. Nella campagna #DolomitesMuseum, lanciata nell’ambito del progetto ‘Musei delle Dolomiti’ della fondazione Dolomiti UNESCO, il lavoro di raccolta e trasferimento è parte essenziale. Ad oggi, più di 130 storie e 300 risorse digitali provenienti dai diversi profili social dei musei, possono essere esplorate all’interno di mappe interattive e gallerie fotografiche. È un lavoro che richiede tempo e lo sviluppo di nuove competenze: questo momento di crisi può essere anche un’occasione per comprendere meglio di quali professionalità i musei hanno bisogno, per continuare ad esercitare la missione di centri di cultura e rendere disponibile anche queste nuove memorie digitali alle generazioni future.

 

Questa emergenza sta spingendo molte istituzioni a percepire l’importanza del digitale che è diventato, in queste settimane, spazio unico nel quale poter operare. Prendiamoci il tempo di esplorarlo, capirlo. Non dobbiamo avere fretta di tradurre le nostre pratiche precedenti agli spazi online. Questo vanificherebbe la grande opportunità di cambiamento che abbiamo oggi. Oggi che il mondo, cosí come lo conoscevamo, si è rivelato nella sua fragilità, mai come ora ci viene chiesto un cambiamento di prospettiva. L’emergenza, come tutte le crisi, ci dà anche una grande opportunità: quella di fermarci, e di ripensare interamente alle nostre istituzioni. Come cambierà la nostra idea di museo, dopo questa emergenza? Quali nuovi patrimoni necessitano di essere preservati? E che ruolo, oggi, possono avere le persone nella vita delle istituzioni?

 

 

LA RISPOSTA DEI MUSEI ITALIANI AL CORONAVIRUS: DIFFONDIAMO CULTURA E POSITIVITÀ ATTRAVERSO IL WEB

di Stefania Zardini Lacedelli

In questi giorni cosí difficili dove le precauzioni contro la diffusione del Coronavirus hanno immobilizzato gran parte del Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, tanti musei chiusi stanno facendo sentire forte la loro voce, nel web. Chiuse le loro porte, ma non la loro energia pulsante di luoghi di cultura, che anche e soprattutto nei momenti di crisi, può aiutare a ritrovare positività ed energia.

#aportechiuse, #laCulturaCura, #cronachedalmuseochiuso, #resistenzaculturale, #culturavirus, #salcechiusomanontroppo, #DolomitesMuseum sono solo alcuni degli hashtag che si stanno diffondendo in rete, e che stanno portando direttori e curatori dei musei a raccontare le proprie collezioni e dialogare con il pubblico attraverso il web. Con tutti i mezzi digitali oggi a disposizione: dirette streaming, video condivisi su Facebook, rubriche settimanali, campagne tematiche di racconto del patrimonio. Dalla Pinacoteca di Brera al Museo Egizio di Torino, dalla Collezione Salce al Museo Archeologico di Venezia, fino ai Musei delle Dolomiti: i musei aprono virtualmente le proprie sale e ci raccontano storie, reperti, testimonianze, oggetti. Un fermento che attraversa musei grandi e piccoli, si trasmette da città in città, di regione in regione, di vallata in vallata. I musei al tempo del coronavirus continuano a svolgere la loro missione a porte chiuse, ma con i loro spazi digitali aperti: arricchiscono la mente, nutrono di bellezza, incantano. E mentre diffondono cultura, trasmettono fiducia, positività, nutrimento, tutti ingredienti più che mai necessari in un momento come questo. “Vogliamo mostrare – dice James Bradburne, Direttore della Pinacoteca di Brera nel video Appunti per una resistenza culturale – “che il cuore della città batte ancora. Combattiamo questo momento di panico, tristezza, preoccupazione, combattiamo e siamo qui per la città, come luogo di distrazione, consolazione, luogo per aiutare a resistere a tutti i guai che affrontiamo adesso”.

Ed è questa la risposta di tanti musei del Nord Italia: il Museo Archeologico di Venezia con le sue #cronachedalmuseochiuso, il Museo Egizio con le passeggiate virtuali con il Direttore, il Museo Salce con la rubrica settimanale #salcechiusomanontroppo, i Musei delle Dolomiti con la campagna #DolomitesMuseum.

Ma se anche questo è un modo di vivere cultura, quali sono gli spazi del museo oggi? Il web e i social media sono canali ancillari che aiutano il museo a comunicare le proprie attività, o sono spazi altri dove la cultura può essere diffusa in forme e modi diversi da quelli tradizionali?

“Un museo non è soltanto i suoi oggetti fissi – continua James Bradburne ‘Non dobbiamo sempre ‘venire’ al museo, possiamo ‘offrire’ il museo”.  Cosa può offrirci, il museo oggi?

Tutto quello che ci si aspetterebbe di trovare in un museo fisico, e molto di più. È arrivato il momento di prenderne atto collettivamente: di riconoscere come ‘museo’ anche ciò che si sviluppa al di fuori delle sue pareti fisiche. Istantanee dalla collezione, campagne tematiche, contest online che spingono a reinterpretare gli oggetti e partecipare attivamente alla vita del museo. Sono, queste, nuove forme di cultura, che richiedono tempo, energie, competenze.  Per questo, mentre cresce la consapevolezza che un museo ha tanti modi di essere aperto, devono parallelamente crescere anche le professionalità coinvolte nello sviluppo di queste attività. “Del museo siete abituati a visitare la parte espositiva – ricorda Christian Greco, direttore del Museo Egizio nel primo post #aportechiuse – Eppure nel museo lavorano tantissime persone che anche in questi giorni, per voi, si prendono cura degli oggetti, portano avanti progetti di restauro, fanno ricerca, di modo che quando avremo la possibilità, saremo pronti ad accogliervi di nuovo e raccontarvi nuove storie.” Più un museo cresce in personale, più il suo cuore batte, e fa battere quello della città e del territorio in cui è inserito.

E allora l’augurio è che questo fermento in rete possa continuare anche una volta che i musei riapriranno: perché abbiamo bisogno di loro, soprattutto adesso. Abbiamo bisogno della loro capacità stimolare il pensiero, aprire la mente, trasmettere una lettura complessa del mondo. Abbiamo bisogno della loro innata propensione a includere, coinvolgere, raccontare. Abbiamo bisogno della loro esperienza nel conservare il passato per aiutarci a immaginare il futuro. Sono i nostri baluardi di bellezza. Non solo ai tempi del Coronavirus.